La comune responsabilità del creato

bartolomeoISTANBUL , 30. «Quando preghiamo Dio per la conservazione dell’am-biente naturale, noi fondamental-mente lo imploriamo a cambiare la mentalità dei potenti del mondo, il-luminandoli a non distruggere l’eco-sistema del pianeta per ragioni di profitto economico e di effimero in-teresse. Questo, però, riguarda an-che ciascuno di noi, poiché tutti noi provochiamo piccoli danni ecologici nella nostra capacità e ignoranza in-dividuale. Pertanto, quando pre-ghiamo per l’ambiente naturale, stiamo pregando per il pentimento personale legato al nostro contribu-to, piccolo o grande, alla deturpa-zione e alla distruzione del creato». È un richiamo alla comune respon-sabilità nei confronti della creazione il messaggio scritto dal Patriarca ecumenico, Bartolomeo, arcivescovo di Costantinopoli, in occasione dell’inizio dell’anno ecclesiastico che gran parte della Chiesa ortodossa celebra il 1° settembre. La biodiversità — sottolinea Bar-tolomeo — è opera della sapienza divina e non è concesso all’umanità di gestirla in maniera indisciplinata. Per lo stesso motivo, il dominio sul-la terra e dintorni implica l’uso ra-zionale e il godimento dei suoi be-nefici «e non l’acquisizione distrutti-va delle sue risorse per un senso di avidità». Tuttavia, soprattutto in questi tempi, «si osserva un abuso eccessivo delle risorse naturali, con la conseguente distruzione del bi-lancio ambientale degli ecosistemi del pianeta e, in generale, delle con-dizioni ecologiche, cosicché le nor-me divinamente ordinate dell’umana esistenza sulla terra vengono sempre più trasgredite». Il Patriarca ecumenico ricorda co-me tutti, dagli scienziati ai respon-sabili politici e religiosi, ai cittadini, sono testimoni dell’aumento della temperatura dell’atmosfera, di con-dizioni meteorologiche estreme, dell’inquinamento degli ecosistemi, sia terrestri che marini, e di un “di-sturbo globale” (a volte fino a livel-lo di totale distruzione) della possi-bilità di vita in alcune regioni del mondo. Come detto, per gran parte degli ortodossi il 1° settembre segna l’ini-zio dell’anno ecclesiastico. Questa regola — si legge nel sito di padre Pietro Nazaruk, della Chiesa orto-dossa autocefala di Polonia, per an-ni rettore di Santa Barbara ad Al-ghero — segue un’antichissima tradi-zione che risale al calcolo del tempo in uso nell’Impero bizantino, basato sulle “indizioni”, cioè su periodi de-terminati di anni. Nei documenti ufficiali veniva indicata sia l’indizio-ne in corso, sia la distanza che sepa-rava la data presente da quella in cui l’indizione era iniziata. Questo sistema di datazione fu introdotto dall’imperatore Giulio Cesare nel 46 avanti Cristo. Inizialmente l’anno si apriva il 23 settembre, poi, a partire dalla seconda metà del Vsecolo, il 1° settembre. L’indizione durava dap-prima cinque anni, poi fu portata a quindici anni. Anche la Chiesa usa-va tale sistema di calcolo del tempo. L’inizio di ogni singolo anno e soprattutto di ogni nuova indizione veniva osservato solennemente. Il Patriarca annunciava a Costantino-poli l’anno dell’indizione e dopo la celebrazione della liturgia in Santa Sofia, il Patriarca e i membri del santo sinodo si riunivano in un grande salone. Dopo preghiere e in-ni liturgici il Patriarca dava il nome al nuovo anno e conferiva un’asso-luzione generale. Dopodiché firma-va di proprio pugno il documento ufficiale che sanciva il via al nuovo anno. Benché questa tradizione ab-bia perso il suo significato pratico con la fine dell’Impero bizantino, la Chiesa ortodossa ha mantenuto questa data. Un capodanno che — come ha fatto Bartolomeo — deve cominciare con una riflessione su Dio creatore, sul dono della sua creazione e sulla responsabilità di ogni credente verso di essa.

© Osservatore Romano - 30 agosto 2012