Italia Università Gregoriana: conferenza sulla libertà religiosa. Allocuzione del Prefetto card. Leonardo Sandri
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- Creato: 31 Gennaio 2018
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Congregazione Chiese OrientaliIn tarda serata di martedì 30 gennaio 2018 il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, è intervenuto all'evento organizzato dall'Ambasciata del Regno Unito presso la Santa Sede presso la Pontificia Università Gregoriana in occasione della presenza a Roma di Lord Ahmad di Wimbledon sul tema della Libertà Religiosa. Erano presenti S.E. Mons. Artur Roche, Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Culto Divino, S.E. Mons. Silvano Tomasi, alcuni Membri del Corpo Diplomatico presso la Santa Sede, alcuni Officiali di diversi Dicasteri della Curia Romana e diversi docenti e studenti della PUG. ecco il testo dell'intervento del card. Sandri:
Lord Ahmad,
Eccellenza Ambasciatore Axworthy,
Eccellenze
Magnifico Rettore della Pontificia Università Gregoriana,
Illustri ospiti
Ringrazio per l’onore concessomi di poter aprire il momento di riflessione di questa serata, grazie alla presenza di Lord Ahmad di Wimbledon, che saluto rispettosamente. Il mio intervento vuole semplicemente gettare delle suggestioni, partendo dalla mia esperienza di credente, da quanto afferma la Chiesa Cattolica a riguardo della Libertà religiosa, e in particolare dell’esperienza singolare che vivo da anni come Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali: fratelli e sorelle, in Medio Oriente come in India, chiamati a vivere ogni giorno in contesti in cui da un lato si assistono a scene di coesistenza e collaborazione quotidiana tra persone e famiglie di diverse fedi, ma anche talora in grande sofferenza quando alcuni diritti fondamentali della persona umana – e primo tra tutti quello alla libertà religiosa – sono violati o almeno non sufficientemente garantiti. Io stesso, come poi dirò, ho fatto esperienze di essere accolto in maniera cordiale in diversi luoghi di culto non cristiano, penso alla Moschea di Kirkouk in Iraq, in quella di Astana in Kazhakstan, oltre che in altre più famose quando ho avuto occasione di accompagnare diversi Pontefici per esempio in Turchia, o San Giovanni Paolo II in Siria.. – ma ho anche raccolto preoccupazioni per alcune esperienze di dolore e di ferite alla libertà religiosa. Non posso quindi che ringraziare per tutti coloro i quali, a livello nazionale ed internazionale, sono impegnati per la difesa di tale diritto.
Ho trascorso alcuni mesi del nuovo millennio come Nunzio Apostolico in Messico, prima di essere chiamato a Roma come Sostituto della Segreteria di Stato. Da poco più di un anno è stato canonizzato il beato José Sanchéz del Río, un ragazzo, martirizzato all’età di quindici anni proprio perché nel Paese era scoppiata una violenta persecuzione che aveva di mira la distruzione di quel diritto fondamentale che è la libertà religiosa. I sacerdoti si videro costretti alla clandestinità, a partire dal 31 luglio 1926, quando il ministero sacerdotale venne proibito e l’esercizio del culto sottomesso ad uno stretto controllo dello Stato. José chiese lui stesso di essere martire mentre pregava sulla tomba del giovane avvocato Anacleto González Flores, ucciso in odio alla fede e anche lui ora beato. Chi ha visto il film Cristiada ha potuto incontrare la testimonianza di quel giovane devoto a Cristo Re e alla Santa Vergine di Guadalupe, che visse nel Michoacán. A volte queste vicende, per quanto siano distanti da noi meno di un secolo, ci sembrano dei bei quadri di epoca, da ammirare certo, ma che non ci coinvolgono. Ho invece ancora nel cuore l’incontro e gli occhi di un giovane ragazzo dell’età di San Josè Sanchez Del Rio a Baghdad, nel maggio del 2015. Avevo appena concluso la visita e il pranzo con un gruppo di rifugiati presso la Cattedrale Latina della città, e mi ha preso in disparte Youssef (lo chiamerò così), raccontandomi la sua vicenda: il padre aveva abbandonato la madre, lei si era vista costretta a sposarsi con un musulmano, e Youssef, nato, battezzato e cresciuto come cristiano, non avendo ancora diciotto anni, era poi risultato registrato all’anagrafe come fedele musulmano, pur non essendolo. Normalmente, qualsiasi errore burocratico, se ammesso, può trovare la giusta soluzione, ma non per Youssef, perché nell’Iraq moderno, dopo le due guerre del golfo, per un giovane o per un adulto non è prevista la possibilità di un cambio di religione: le discussioni che si svolgono ormai da due anni a questa parte purtroppo fanno immaginare uno scenario senz’altro preoccupante. Nel nostro contesto occidentale probabilmente molti avrebbero suggerito al giovane che l’importante è vivere personalmente la tua fede, e non importa quello che è scritto nei documenti: anzi, qualcuno forse avrebbe suggerito che il non essere cristiano rende meno problematico l’accesso alla carriera lavorativa, anche in uffici pubblici. Per Youssef però non era questione di un’etichetta e di una denominazione, ma il senso di un’appartenenza: io sono cristiano, e lotto perché questa identità mi venga riconosciuta, e chiedo aiuto per poterlo fare! La lotta per l’affermarsi della libertà religiosa è ben lungi dall’essere vinta.
Sono proprio i martiri della libertà religiosa, di ieri e di oggi, a invitarci a vivere queste sfide non con spirito di rivalsa o quasi fossimo parte di un ente di propaganda politica, ma con l’atteggiamento dei credenti. Chi ha visto e vede messo in discussione questo diritto fondamentale della persona umana, ci testimonia un’adesione al Signore profonda e incarnata, sprigiona e libera dall’intimo del suo cuore una capacità di “dare del tu a Dio” che fa bene alla nostra fede in Occidente, a volte sin troppo assopita.
Giova a tutti ricordare che anche per la Chiesa Cattolica l’affermazione della libertà religiosa ha richiesto un cammino di una progressiva consapevolezza, che ha attraversato alterne vicende. Ripensiamo alle parole della preghiera che San Giovanni Paolo II pronunciò nella Giornata del Perdono del Giubileo del 2000, il 12 marzo: “Signore, Dio di tutti gli uomini, in certe epoche della storia i cristiani hanno talvolta accondisceso a metodi di intolleranza e non hanno seguito il grande comandamento dell'amore, deturpando così il volto della Chiesa, tua Sposa. Abbi misericordia dei tuoi figli peccatori e accogli il nostro proposito di cercare e promuovere la verità nella dolcezza della carità, ben sapendo che la verità non si impone che in virtù della stessa verità”. L’ultima parte di questa preghiera trova la sua origine nel primo paragrafo della Dichiarazione Conciliare Dignitatis Humanae, sulla libertà religiosa. Questa intuizione ci fa bene: ricordare la Verità del Vangelo di Gesù Cristo, ma ricordare che la Sua forza non è data da noi, ma da Lui che è il Signore della storia, e quanto più lasciamo che il nostro cuore e il nostro agire si conformino a Lui, tanto più riveleremo di essere sale della terra e luce del mondo. Se nel passato anche noi abbiamo pensato – secondo la comprensibile e diffusa logica del tempo - che il Vangelo si preservasse perché il sistema sociale lo imponeva come prevalente, e per difendere il sistema più che il Vangelo taluni sono caduti in atteggiamenti poco evangelici, ecco che la nostra disposizione attuale verso altri fratelli in umanità deve essere non tanto quello di condanna, ma di un perenne invito a rimettersi ogni giorno in cammino. Solo l’uomo che rimane pellegrino verso l’Assoluto di Dio nella storia può arrivare ad affermare, come ha fatto la già citata Dignitatis Humanae: “La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l'hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell'ordinamento giuridico della società” (n.2).
Il cammino di consapevolezza che ha portato la Chiesa durante il Concilio Vaticano II a fare questa affermazione, è poi proseguito nei decenni successivi e fino a noi, tanto che sono numerosi gli interventi sul tema della libertà religiosa da parte della Segreteria di Stato Vaticana, oltre che dei Rappresentanti Pontifici che sono Osservatori della Santa Sede presso diverse Istituzioni Internazionali, in particolare alle Nazioni Unite a New York e Ginevra, e presso l’Unione Europea e il Parlamento Europeo a Strasburgo e Bruxelles. Tra tutti, rimando al discorso di S.E. Mons. Paul Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati, tenuto a Milano lo scorso 30 marzo . Discorsi che non mirano soltanto a difendere i tanti cristiani fatti oggetto di persecuzione o vessazione, ma cercano di promuovere l’affermazione di questo diritto per tutti. E’ un punto qualificante di una “battaglia di umanità” e per l’umanità, che ha la sua radice nel Vangelo di Gesù Cristo: così come i cristiani in Medio Oriente desiderano rimanervi come cittadini a pieno titolo per portare il contributo loro proprio alla costruzione del bene comune della società in cui sono inseriti da secoli, così nel mondo chiedono che venga riconosciuto il diritto alla libertà religiosa a tutela della dignità della persona umana. In Occidente, pensiamo cosa significa questo se applicato al rispetto dell’obiezione di coscienza di fronte ad alcune pratiche biomediche che vanno contro le proprie convinzioni più profonde. Alludono a questa molteplicità di contesti di applicazione del principio queste parole di Papa Francesco, pronunci ate a Philadelphia nel corso del Viaggio Apostolico negli Stati Uniti: “In un mondo dove le diverse forme di tirannia moderna cercano di sopprimere la libertà religiosa, o cercano di ridurla a una sotto-cultura senza diritto di espressione nella sfera pubblica, o ancora cercano di utilizzare la religione come pretesto per l’odio e la brutalità, è doveroso che i seguaci delle diverse religioni uniscano le loro voci per invocare la pace, la tolleranza, il rispetto della dignità e dei diritti degli altri”.
Per tutto ciò, in Oriente come in Occidente, abbiamo ancora e sempre più bisogno, di testimoni credibili di questo cammino. Mi piace ricordare, a conclusione di questa riflessione, la figura di don Andrea Santoro, prete della diocesi di Roma ucciso in Turchia ormai dodici anni fa, profondamente radicato in Cristo – tanto da versare il suo sangue con il Suo Nome sulle labbra – e insieme convinto fautore dell’incontro, del dialogo, e del rispetto, in un contesto di libertà religiosa in cui è stato capace fino in fondo di amare la Turchia e il popolo turco. Scriveva nel 2002: “C’è bisogno di chi crede profondamente nel dialogo, nell’unità e nella comunione e se ne assuma, corpo e anima, il peso e la fatica. C’è bisogno di cercare vie per parlarsi, conoscersi, capirsi. La tentazione di stancarsi, di isolarsi, di rinchiudersi nel proprio mondo è forte. C’è bisogno che in Europa la gente sia disposta a capire questo mondo così diverso dal nostro, questi vasti e vari popoli che compongono il Medio Oriente, questa realtà musulmana, ebrea e cristiana che qui vivono gomito a gomito ma che sempre più si ritrovano accanto anche nelle nostre nazioni europee. Bisogna essere disposti ad amare, a pregare, a entrare nel cuore sofferente di Dio che geme per i suoi figli divisi. Infine c’è bisogno, per noi cristiani, di guardare a Cristo e seguire Lui. Gesù ce l’aveva detto: “chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca”. Tutto passa: solo la santità attraversa i secoli e rischiara il mondo. Solo l’amore rimane. Si tratta in definitiva di cominciare a ridiventare semplicemente cristiani”.