Anche i gesti parlano
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- Creato: 14 Gennaio 2016
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di FABRIZIO CONTESSA «Il clima è sicuramente diverso rispetto a qualche decennio fa. Sarebbe sbagliato illudersi che i problemi non esistano più, ma alla Chiesa e ai suoi rappresentanti va comunque riconosciuto un impegno sincero. E questo è senz'altro un ottimo presupposto». Giuseppe Momigliano, presidente dell’Assemblea dei rabbini d’Italia, analizza così lo stato dei rapporti tra ebrei e cattolici a cinquant’anni da Nostra aetate e, soprattutto, alla vigilia della visita che domenica prossima Papa Francesco compirà al Tempio maggiore di Roma.
Lo fa rispondendo alle domande di Adam Smulevich su «pagine ebraiche» di gennaio. All’importante appuntamento — la terza visita di un Papa alla storica sinagoga romana — il mensile dell’Unione delle comunità ebraiche italiane dedica uno speciale approfondimento, in cui dando ampio spazio anche a voci cattoliche, tra cui quella del direttore del nostro giornale, si sottolinea la necessità di rilanciare la stagione del dialogo. Non a caso, viene sottolineato, l’incontro del Pontefice con la più antica comunità della diaspora giudaica avverrà nella domenica che tradizionalmente in Italia è dedicata all’approfondimento e allo sviluppo del dialogo tra cattolici e ebrei. Tuttavia, tiene subito a precisare il rabbino Momigliano, non è e non può assolutamente trattarsi di un dialogo a buon mercato. «Affinché funzioni davvero è fondamentale essere se stessi fino in fondo», afferma invitando a imparare «la lezione di Chanukkah», la festa ebraica delle luci. Occorre, cioè, «che dentro di noi arda una fiammella. La fiammella di un’identità solida e consapevole». Infatti, aggiunge con convinzione, «senza conoscenza profonda delle proprie radici, il dialogo non va da nessuna parte. Il dialogo non è infatti reciproco annullamento e neanche sfumatura di diversità. L’unicità che è propria di ogni esperienza religiosa è anzi un valore da difendere. Un valore che rende tutti più ricchi». In questo senso, è importante far sì che le differenze — «che esistono e vanno tutelate » — finiscano per non intaccare il lavoro comune sui grandi temi dell’attualità. Anche per questo Momigliano guarda con qualche distacco al documento firmato recentemente da alcuni esponenti del rabbinato internazionale — «il piano teologico è sempre molto pericoloso e divisivo » — mentre invita «a concentrarsi su questioni in cui la collaborazione tra ebrei e cattolici può trasformarsi in qualcosa di concreto ». E qui entrano in ballo non solo la comune e giusta condanna delle violenze terroristiche che in modo blasfemo vengono compiute in nome di Dio, ma anche, se non prevalentemente, tutte quelle altre sfide che investono l’intera umanità: «emergenza sociale, difesa dell’ambiente e della famiglia». E, ribadisce, affinché i risultati vengano raggiunti «è necessario che ciascuno chiarisca la propria identità e trasmetta un messaggio comprensibile» . Proprio quello della comprensibilità dei gesti che accompagnano la strada del dialogo tra cattolici e ebrei è uno dei tasti su cui più insiste il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che in questi giorni ha rilasciato diverse interviste. Sollecitato dal vaticanista Paolo Rodari, in un colloquio che compare sul numero di gennaio di «Tracce», Di Segni offre in particolare due sottolineature riguardanti l’imminente visita del Pontefice al Tempio maggiore. Si tratta, afferma, di «un segno tangibile, visibile, mediaticamente comprensibile, di una continuità di buoni rapporti». Il secondo motivo, «contingente, ma non meno importante », riguarda «l’atmosfera avvelenata esistente nel mondo, e in Europa in particolare, a motivo di conflitti anche religiosi». Così «l’arrivo del Papa, che non ha paura di sfidare le minacce e i rischi perché abbia luogo un incontro di amicizia tra due mondi religiosi, è un grande segno in controtendenza » . La visita del Pontefice alla sinagoga, sottolinea inoltre Di Segni rispondendo alle domande di Stefania Falasca su «Avvenire» del 12 gennaio, «ha il suo significato e la sua forza proprio nel contesto storico che stiamo vivendo». Anche perché «nel percorso del dialogo nulla deve essere mai dato per scontato e non era scontato che ci potesse essere una nuova visita. Siamo sempre attenti al percorso comune e riteniamo ogni passo importante. La visita di Papa Francesco non sarà un mero rituale ereditato dai suoi predecessori, è una nuova tappa, si rinnova di sentimento e si coprirà di nuovi significati». D ell’esistenza di un «rapporto cordiale, costruttivo, di ascolto reciproco » con Papa Francesco riferisce Di Segni rispondendo a Roberto Zichittella sull’ultimo numero di «Famiglia Cristiana». Qui il rabbino capo prende a prestito «la grande metafora biblica che comincia con Caino e Abele e finisce con Giuseppe che incontra i fratelli» per rappresentare il cammino con i cattolici. «Non so a che punto siamo, ma c’è buona volontà e ci sono strumenti per affrontare i problemi e risolvere le difficoltà». Nulla, insomma, può mai essere dato per scontato. Anche perché, come mette in guardia Lucio Brunelli, direttore dei servizi giornalistici di Tv2000, in un’intervista su «pagine ebraiche», i «pregiudizi sono sempre dietro l’angolo». Infatti, «un certo vento che soffia in Europa, e anche oltre l’Atlantico», sottolinea, «porta a vedere con sospetto tutte le minoranze religiose ». Si tratta, di «un vento pagano, non religioso, in realtà, che richiede vigilanza e una testimonianza ferma e libera da parte della Chiesa cattolica e di tutta la società civile». In questo senso, aggiunge Brunelli, impegnato in queste ore a preparare la diretta televisiva della visita del Pontefice, «a me colpisce sempre l’ignoranza che molti cattolici hanno delle tradizioni dell’ebraismo. Come direttore di una televisione cattolica mi piacerebbe poter raccontare di più la vita quotidiana della comunità ebraica, nelle sue feste, nei suoi riti, nelle sue usanze. Credo che anche questo, sia un modo di fare dialogo, conoscendoci meglio in concreto».
© Osservatore Romano -15 gennaio 2016